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sono anche miei

Giovanni-Francesco-Caroto-Ritratto-di-giovane-con-disegno-infantile-olio-su-tavola-cm-37x29Giovanni-Francesco-Caroto-Ritratto-di-giovane-monaco-benedettino-olio-su-tela-cm-43x33Tu, che hai fatto rubare i miei due Caroto preferiti, verrai assalito da continui ascessi ai premolari, emicrania e calcoli renali. Per te che ti sei messo in casa il ritratto di Pasqualigo, otite virale dolorosissima perenne e una fDomenico-Tintoretto-Ritratto-di-Marco-Pasqualigo-olio-su-tela-cm-48x40accia antipatica come la sua. Tu, ladro di Rubens, patirai di gastriti tremendissime, congiuntivite e rinite allergica. E tu, vigliacco bastardo col Pisanello in cassaforte, soffrirai male di orchite o cistite Peter-Paul-Rubens-Dama-delle-licnidi-olio-su-tela-cm-76x60cronica, a seconda. Su tutti si accanisca, citando la Brunella, un’incontenibile scorrimbandola che vi impedirà una qualunque ipotesi di vita sociale. Farete schifo pure al vostro cane. Ah, i ladri. Che i ladri vi perseguitino rubandovi i dipinti e rivendendoli a qualche altro fanatico del possesso Antonio-Pisano-detto-Pisanello-Madonna-col-bambino-detta-Madonna-della-quaglia-tempera-su-tavola-cm-54x32che, a sua volta, subirà le stesse magagne e si vedrà di nuovo rubare tutto finché, dopo che vi avranno resi tutti un branco di tristoni cronici impresentabili, i dipinti torneranno dove stavano, a farsi guardare da tutti e non solo da voi una volta l’anno quando aprite il caveau. Tanto avreste una congiuntiva talmente infiammata che non li vedreste nemmeno.
La peste alle vostre famiglie.

can che abbaia morde a sangue

In ogni condominio c’è “la vecchia pazza”. La “mia” pazza del piano di sotto mi ha accusato, negli anni, di varie atrocità campate in aria: le ho fatto crollare due lampadari con le vibrazioni strutturali prodotte dalle mie folli feste notturne, le spostavo i tappeti passeggiando per casa con i tacchi di legno (per i più distratti: è quella del piano DI SOTTO, che riuscissi a spostarle i tappeti ha qualcosa di mitologico), le suonavo il campanello alle 4 di notte, le ho allagato il bagno (quella telefonata è rimasta nel lessico familiare “ma che cosa ci fate in quel bagno, che mi piove in casa?” “eh, sa, ci hanno regalato un’otaria e non sapevamo dove metterla”) per cui a certe cose (accuse infondate, delirio architettonico, allucinazioni da peyote) ero abituata da mo’. Continua a leggere can che abbaia morde a sangue

kill your idols

è sufficiente un niño preda di panico autolesionista.

è sufficiente un niño che conosci da poco ma che già capisci al volo, che ha gli stessi tratti di genio e infantile astio verso il mondo che aveva quell’altro bastardo, e che ti fa ridere e che quando si isola da tutto senti più vicino che quando ti parla.

è sufficiente che un giorno gli vengano più paturnie autolesioniste del solito, semplicemente una giornata più storta, niente di grave, ma ti ritorna addosso tutto.

è un attimo, direbbe quel tizio che si nasconde dietro il nome di john de leo. è un attimo e ti tremano le mani e non riesci a spiegare e se ci provi ti si spezza la voce e capisci che non hai voglia di spiegare agli altri i motivi per cui improvvisamente sei così incazzata.

sono così incazzata perché, dopo più di un anno, senza motivo nè preavviso, mi ritrovo ancora, ogni tanto, ad immaginare, come l’avessi provato, quel senso di desolazione fredda che, boh, forse, deve aver sentito, quella mattina, quel grandissimo bastardo. ed avere intorno, adesso, un altro tetano autolesionista mi ricaccia addosso tutto il tremore.

se proprio volete ammazzarvi lasciate una bella letterina con le colonne dei buoni e dei cattivi, le motivazioni, l’iter, le conclusionali e la chiamata in appello. così ognuna delle persone che ha avuto cura di voi potrà vedersela con il suo fantasma privato. senza andare a importunare le ragazze come me che normalmente sono brave ma travolte dagli eventi non disdegnano di desiderare di prendere a cazzotti i fantasmi.

the beat goes on

Con un amico, anni fa, si faceva vita festivaliera in quel di Venezia e, nonostante abbia sempre ritenuto da pisquani chiamare per nome i vipsz come fossero vicini di casa, con questo amico (che, vedi un po’, non ho mai chiamato col suo vero nome) ci veniva istintivo farlo indicando alcuni intellettualoni d’alto livello: il Gillo, perché ha un nome che a pronunciarlo fa allegria; il Tullio, perché incerti sulla corretta pronuncia di “Kezich”; e la Fernanda, perché la Fernanda è la Fernanda e non si poteva che chiamarla così.

Ora siamo senza.
Il Gillo ha fatto ciao nemmeno tre anni fa e, nel giro di due giorni, siamo senza gli altri due. E adesso chi chiamo per nome io? Chi vado ad incontrare al bar del Lido? Che il Gillo mi aveva pure offerto un caffè.

Si capisce che mi sento scema a dire che mi manca la Fernanda ma non so come altro definire questo dispiacere? Sarà che, se qualcuno mi faceva quelle domande cretine tipo “se fossi un personaggio famoso chi vorresti essere?”, mi veniva in mente solo lei.

hem3 hem4

le vent nous portera

Ma c’è rimasto qualcuno in Francia? Ogni metro di Venezia cosparso di francesi. Ovunque. Ho passato il tempo a citare Marco Paolini. I turisti a Venezia xè ‘na piaga… e qualcuno mi spieghi perchè han tolto la scritta Campari dalla cupoletta vicino all’imbarcadero del Lido: mi hanno rovinato un altro gran pezzo di Paolini. E mi hanno tolto un punto di riferimento, è un anno che soffro per la sua mancanza, ‘stardi.

Ed il MIO mulino Stucky. Andavo a vederlo, ogni tanto, per sapere come stava, se si era ripreso: denigrato agli inizi per la sua facciata da anglosassone fuori luogo, poi abbandonato ed isolato, poi bruciato a pochi mesi dalla fine dei restauri. Ed ora che è di nuovo bello come il sole, assurdo ed imponente, incredibilmente enorme che pare impossibile riesca a non affondare prima di tutto il resto, me l’hanno fatto diventare un Hilton. Secondo me gli girano, ma riesce ad avere sempre quella faccia antipatica di chi, in fondo, se ne frega. L’ho sempre salutato dall’acqua, dovrò andare a toccare i suoi muri, finalmente, un giorno di questi.

E Gionni. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho lasciato quel libro nel punto esatto dove ci siamo conosciuti, quattro anni fa. Sono stata sulla tomba di Diaghilev. Sono andata alla Casa del Mago, per uno stretto sentiero tra la vegetazione incolta, rischiando di venire rapita dal ragno più grosso dell’emisfero e riportando striature sulle gambe come frustate, da piante che non conoscevo e spero di non incontrare più, laguna infida. Fatto tutto. Dovevamo farlo insieme ma vabbè, ci siamo sbagliati coi tempi.

Però mi hai regalato le coincidenze: piazzola 13, tavolo 17, linea 13, tagliando 17… il battello che arrivava quando mi serviva, mai un’attesa, il bar che desideravo esattamente dietro il prossimo angolo.

Non che questi cinque giorni abbiano risolto qualcosa. Ho ancora il mio film in testa. L’immagine di un posto che ho conosciuto e su cui non posso evitare di costruire la scena. L’ho toccato quell’albero, lo sento ancora sotto le dita. Ma almeno mi sono presa il tempo per pensarci, con dolore ma senza più paura.

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi
Le vent les portera

Non avrei mai pensato di poter scrivere cose così personali qua sopra ma a te piaceva tanto scrivere tutto quello che ti passava per la testa, le cose più intime e private,  e ti lamentavi che non lo facessi anch’io quindi tiè, beccati ‘sta esternazione. Non capiterà di nuovo, ma te la dovevo.

questi posti davanti al mare

Ci sono persone nella mia vita che hanno un loro posto, so che ci sono, radici, alberi, rocce. Punti fermi.
Poi ci sono persone che hanno un approdo, ogni tanto arrivano e ripartono, onde, navi, spuma. Hanno tutte a che fare col mare: le ho conosciute su un’isola, o ci vivono, o ci siamo salutati su una spiaggia.
Qualcuno a cui ho voluto bene e che ho allontanato. Qualcuno che a volte c’è a volte no, per paura di legarsi troppo e non essere più libero. Qualcuno che non vedo da anni ma con cui ogni tanto mi scrivo ancora per raccontarci del nostro progetto di cucire vele per vivere. Qualcuno di cui a volte dicevo che l’avrei ammazzato ma ci ha pensato da solo.
Persone magnifiche che, in un modo o nell’altro, sarà il mare, sono presenze continue ma instabili. Onde, appunto.
Quindi parto e me ne vado a guardare il mare, per qualche giorno.
Il mio fedele saccapelo viola, la storica tenda Ferrino in prestito.
Ho ricucito due piccoli strappi nella tenda, tanto per tenermi in allenamento, dovessi mai riuscire a cucire vele per vivere.