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Festa d’Aprile

1944. Il soldato tedesco convalescente, ferito a Montecassino, trascorre del tempo in provincia di Verona, e si va a ballare con le ragazze del posto, la sera. E poi due anni nel campo di prigionia allestito dagli alleati a Pisa. Poi viene rimandato a Lipsia: passano 19 anni ed un’altra vita durante la quale le lettere che lei spedisce non arrivano, ma lei continua a cercare. Continua a leggere Festa d’Aprile

Born to be wild

E se andassi a dormire? Sembra che abbia intenzione di vedere fino a che punto posso tirare prima che la macchina si rompa. Cinque ore di sonno quando va ricca. Broncoboia in corso da tre mesi e sigarette a strafottere. Il luppolo non è aspirina, il fritto non è vitamine, stare in piedi 12 ore di fila non è aquagym, andare in giro di notte con ‘sto freddo non è aerosol. Ah no? Uffaperò, è uno stile di vita che dà soddisfazioni.
Che il luppolo ed il fritto, nonché il tabacco siano, spesso, rigorosamente biologici rende il tutto molto charmant.
Forse è ridere così tanto che mi tiene in piedi, se smetto di ridere son problemi. E riesco comunque a fare venti vasche di fila senza fare un embolo, benché in acqua ridere sia più complicato ed il ginocchio non rida un cazzo, dopo venti vasche.
Non ho mai il tempo di dare ascolto alle persone a cui tengo, non ho più tempo per leggere né per scrivere. Che poi c’è uno che è pure contento se appena scrivi BU e senti che lo deludi anche, visto che dopo quel BU non succede altro per mesi. L’ansia da prestazione è una brutta bestia.
Sarà per questo che mi son messa ad organizzare una festadicompleanno, come non facevo da quando a scuola portavo il grembiulino.
‘nam’a’ddurmi’va’

(p.s. sì, il titolo ha dell’ironia in corso d’opera)


le vent nous portera

Ma c’è rimasto qualcuno in Francia? Ogni metro di Venezia cosparso di francesi. Ovunque. Ho passato il tempo a citare Marco Paolini. I turisti a Venezia xè ‘na piaga… e qualcuno mi spieghi perchè han tolto la scritta Campari dalla cupoletta vicino all’imbarcadero del Lido: mi hanno rovinato un altro gran pezzo di Paolini. E mi hanno tolto un punto di riferimento, è un anno che soffro per la sua mancanza, ‘stardi.

Ed il MIO mulino Stucky. Andavo a vederlo, ogni tanto, per sapere come stava, se si era ripreso: denigrato agli inizi per la sua facciata da anglosassone fuori luogo, poi abbandonato ed isolato, poi bruciato a pochi mesi dalla fine dei restauri. Ed ora che è di nuovo bello come il sole, assurdo ed imponente, incredibilmente enorme che pare impossibile riesca a non affondare prima di tutto il resto, me l’hanno fatto diventare un Hilton. Secondo me gli girano, ma riesce ad avere sempre quella faccia antipatica di chi, in fondo, se ne frega. L’ho sempre salutato dall’acqua, dovrò andare a toccare i suoi muri, finalmente, un giorno di questi.

E Gionni. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho lasciato quel libro nel punto esatto dove ci siamo conosciuti, quattro anni fa. Sono stata sulla tomba di Diaghilev. Sono andata alla Casa del Mago, per uno stretto sentiero tra la vegetazione incolta, rischiando di venire rapita dal ragno più grosso dell’emisfero e riportando striature sulle gambe come frustate, da piante che non conoscevo e spero di non incontrare più, laguna infida. Fatto tutto. Dovevamo farlo insieme ma vabbè, ci siamo sbagliati coi tempi.

Però mi hai regalato le coincidenze: piazzola 13, tavolo 17, linea 13, tagliando 17… il battello che arrivava quando mi serviva, mai un’attesa, il bar che desideravo esattamente dietro il prossimo angolo.

Non che questi cinque giorni abbiano risolto qualcosa. Ho ancora il mio film in testa. L’immagine di un posto che ho conosciuto e su cui non posso evitare di costruire la scena. L’ho toccato quell’albero, lo sento ancora sotto le dita. Ma almeno mi sono presa il tempo per pensarci, con dolore ma senza più paura.

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi
Le vent les portera

Non avrei mai pensato di poter scrivere cose così personali qua sopra ma a te piaceva tanto scrivere tutto quello che ti passava per la testa, le cose più intime e private,  e ti lamentavi che non lo facessi anch’io quindi tiè, beccati ‘sta esternazione. Non capiterà di nuovo, ma te la dovevo.

questi posti davanti al mare

Ci sono persone nella mia vita che hanno un loro posto, so che ci sono, radici, alberi, rocce. Punti fermi.
Poi ci sono persone che hanno un approdo, ogni tanto arrivano e ripartono, onde, navi, spuma. Hanno tutte a che fare col mare: le ho conosciute su un’isola, o ci vivono, o ci siamo salutati su una spiaggia.
Qualcuno a cui ho voluto bene e che ho allontanato. Qualcuno che a volte c’è a volte no, per paura di legarsi troppo e non essere più libero. Qualcuno che non vedo da anni ma con cui ogni tanto mi scrivo ancora per raccontarci del nostro progetto di cucire vele per vivere. Qualcuno di cui a volte dicevo che l’avrei ammazzato ma ci ha pensato da solo.
Persone magnifiche che, in un modo o nell’altro, sarà il mare, sono presenze continue ma instabili. Onde, appunto.
Quindi parto e me ne vado a guardare il mare, per qualche giorno.
Il mio fedele saccapelo viola, la storica tenda Ferrino in prestito.
Ho ricucito due piccoli strappi nella tenda, tanto per tenermi in allenamento, dovessi mai riuscire a cucire vele per vivere.

in Lush we trust

Si va a Milano per far incontrare due amici che cercano casa con due amici che offrono casa.
I due che cercano casa hanno una storia: venerdi lei, per la prima volta, ha potuto tenere in braccio la bimba nata 20 giorni prima, che fino a venerdi se n’era stata nella termoculla. Con lui (per viaggi di lavoro, amicizie, esperienze) ci facciamo da anni accese discussioni su Israele e Palestina, è quasi un appuntamento fisso.
I due che offrono casa hanno una storia: lui è pugliese e lei siciliana, vivono a Milano e si sposeranno a Catania, a luglio, dopo una storia piena di coincidenze che meriterebbero un film.
Prima di tornare a casa passo da Lush a comprare le mie solite cose e mi danno in omaggio un campione di gel per la doccia.
Sul treno leggo l’etichetta del flacone: “E’ ispirato alle calde terre del sud ed è rassicurante come l’abbraccio di una mamma. Con olio di oliva palestinese e israeliano, succo di mandarino e foglie di vite, per un corpo che splende sotto i tramonti siciliani

Giornata campale. Timore reverenziale.

Simonetta e Pasqualino, una storia d’ammmore

perchè mi è stato chiesto di scrivere una favola e non ci si tira mica indietro, quando ti chiedono di scrivere una favola.
se poi l’unico vincolo è quello di usare due nomi ben precisi e di far capire al Nostro Futuro quanto siamo belli&shemi allora no, non ci si tira indietro…

Simonetta e Pasqualino avanzavano timorosi nel folto del bosco. Non avevano idea di come vi fossero arrivati. A Simonetta pareva di ricordare, all’alba, un messo che bussava forte sulle imposte della finestra, una convocazione, una moneta che cadeva sempre dalla stessa parte, ma era come se i suoi ricordi si confondessero con qualcosa che aveva visto al cinema. L’unica cosa di cui era certo erano le parole gridate dal messo nella nebbia del mattino: si trovavano “in missione per conto del re”.
Si lasciava guidare da Pasqualino e dalla sua aria sicura: lui sembrava sapere quello che stava accadendo. Pasqualino era un coccodrillo misterioso e taciturno, di cui nessuno conosceva la voce e del quale tutti si chiedevano che lingua parlasse. Tutti tranne il suo più caro amico, Simonetta appunto, un elefante modaiolo ed appariscente che, sotto l’aspetto trasgressivo e gli atteggiamenti sguaiati, celava un animo sensibile ed una passione sfrenata per il curling.
I due amici erano uniti da un istintivo trasporto l’uno verso l’altro, fatto di simpatia e comprensione reciproca: entrambi, in periodi diversi, avevano ispirato due canzonacce da taverna molto popolari che li avevano resi, per un poco, famosi ma che ne avevano anche turbato la tranquillità per molto, troppo tempo.

Ad un tratto intravidero, in lontananza, un ragazzo vestito in modo strano, con una grande gerbera che spuntava dal taschino della giacca. Avanzava lungo un sentiero stringendo tra le mani un mazzolino di bacche e rose selvatiche. Simonetta strillò: “Uuuhhh! Ma quelle bacche sono una specie protetta! Chiamo la forestale!”
“Aspetta, sono curioso… che ci fa ‘sto tipo nel bosco conciato così?”
Si nascosero dietro un cespuglio e Pasqualino, voltandosi nella direzione opposta a quella da cui proveniva il ragazzo, vide sopraggiungere lungo un altro sentiero una ragazza vestita di bianco che canticchiava saltellando. Quando la ragazza fu più vicina Simonetta e Pasqualino riuscirono a sentire la sua voce: “…come faaa? Non c’è nessuno che lo saaa…” Sentite quelle parole, il coccodrillo iniziò a gridare: “Quella canzone! Ancora quella canzone! Non lo sopporto! Basta! Bastaaaa!”
“Tesoro! Non credevo ti facesse ancora così male sentirla… Dove vai, pazzaaa?!!!”
Simonetta si lanciò all’inseguimento di Pasqualino ma il suo vestito di lamé restò impigliato nei rovi ed i suoi strilli acuti si sommarono ai lamenti di Pasqualino che si allontanava delirando.
Il ragazzo e la ragazza si voltarono spaventati in direzione di quel pandemonio e, improvvisamente, si videro. Lui si avvicinò sorridendo e le chiese “Compagna, hai una sigaretta?”

Intanto l’elefante ed il coccodrillo continuavano la loro folle corsa. Pasqualino, accecato dall’ira, non si accorse di un profondo dirupo nascosto da alcuni rami e precipitò mentre Simonetta si tuffava per cercare di trattenerlo e lo seguiva nell’orrido.
Continuavano a cadere. Si sentivano trascinati da una forza irresistibile verso il fondo dell’abisso che, contrariamente a tutti gli abissi che conoscevano, diventava sempre più luminoso mentre precipitavano. Sembrava non finire mai. Una musica celestiale li accompagnava nella caduta, come un coro di cherubini, una messe di note divine. Simonetta gridò: “Uuuhh, figata! Le mondine di Fabbrico all’inferno!”
“Imbecille, ti sembra l’inferno questo? Non stiamo più cadendo da un pezzo: siamo nel famoso Tunnel in Fondo al Quale c’è Una Gran Luce! E poi ho chiuso con i cori!”
“Un abisso in cui non si cade… già, ci manca di incontrare il Coniglio Bianco e poi le abbiamo viste tutte… almeno ricordassimo qual’era la nostra missione e cosa c’entrano i due tizi nel bosco sarei meno isterica!”
La velocità aumentò improvvisamente e si sentirono risucchiati verso la Gran Luce, mentre le mondine gridavano sempre più forte. Udirono un violento boato e, quando riaprirono gli occhi, si ritrovarono a guardare l’orizzonte dall’orlo di un altopiano. Boschi rigogliosi e valli lussureggianti circondavano la bizzarra montagna su cui si erano risvegliati, mentre profumi di fiori e di fritto si mescolavano nell’aria limpida.
Pasqualino prese la mano di Simonetta: “Guarda laggiù! Là, di fronte a noi! Quel paesino che si vede appena!”
“Uuuuhhh! Ma sono quei due? Si sono sistemati bene, sono contenta! La casa, l’orto, l’asciugatrice… Uuuuuuuhhh! Hanno avuto anche una bambina! ….. ma quanto ci siamo rimasti nel tunnel? … Deliziosa la pargoletta!”
“Ma secondo te chi è tutta quella gente in casa loro? E quanto mangiano!”
Simonetta sospirò: “Beh, come si dice in questi casi … e vissero felici e contenti!”
Pasqualino assunse una posa solenne e declamò: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”
“… che diavolo c’entra tesoro, scusa?”
“Embè? Siamo sbucati sulla Pietra di Bismantova, non ci vuoi mettere un po’ di Dante? Tanto ormai lo citano cani e porci”
“Già. E pure a Neruda, poverino…”

La loro missione era compiuta, se solo se ne fossero ricordati…