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Immagina tu stesso: l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i suoi cani, carri, carrozze, dal moto generale lento. Poi, nel ventesimo secolo, il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo.
Le opere dei classici ridotte così da poter essere contenute in quindici minuti di programma radiofonico, poi riassunte ancora in modo da stare in una colonna a stampa, con un tempo di lettura non superiore ai due minuti; per ridursi alla fine a un riassuntino di non più di dieci, dodici righe di dizionario.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury, 1953

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Una volta l’avevo sentita in un’intervista radiofonica descrivere sé stessa come un’incantatrice di serpenti.
E tutte quelle pellicole che le sibilavano tra le mani, che le scivolavano tra le dita, ondulando veloci, erano i suoi serpenti.
Spire incessanti, da vagliare, sbrogliare, controllare, ricontrollare…
Come la vita, aveva detto, esattamente come la vita in sé.
Il futuro irrompeva verso di te. Disponevi di un singolo istante, mentre ti folgorava davanti, per tramutarlo in un passato edulcorato, riconoscibile, acconcio. Fotogramma dopo fotogramma, il domani palpitava nella tua stretta. Se non lo catturavi senza imprigionarlo, se non lo plasmavi senza romperlo, quella continuità di attimi, be’, nulla lasciavi dietro di te. Il tuo fine, il fine di lei, di tutti noi era di stampare e imprimere noi stessi in quei singoli pezzettini del futuro, che, al tocco, invecchiavano rapidamente in altrettanti ieri evanescenti.
Così era con i film.
Con una differenza: potevi riviverli, quanto spesso volevi. Nel futuro, nel presente, nel passato. Poi ricominciare, proiettandoti nel domani.
Quale pregnante mestiere gestire tre livelli del tempo: l’enorme invisibile futuro, l’esigua panoramica dell’adesso, lo sconfinato cimitero di secondi, minuti, ore, anni, millenni che germogliavano semi per accogliere gli altri due.
E se non gradivi alcuno dei tre fluenti fiumi del tempo?
Impugna le forbici. Taglia! Così! Ti senti meglio?

(“A graveyard for lunatics” Ray Bradbury, descrizione di Maggie Botwin, addetta al montaggio) (o di “cosa avrei voluto fare da grande”)

Rimasi lì sul marciapiede, rammaricandomi di non aver preso il fascicolo. Avrei voluto sapere cosa aveva scoperto Richard, ma non avevo intenzione di tornare dentro. L’aria fresca della notte mi dava piacere. La porta si aprì di nuovo, e uscì un detective che viveva sulla collina vicino a me. Si accese una sigaretta.
“Ehi” dissi.
Ci mise un momento a capire chi fossi. Qualche anno prima la sua casa era stata danneggiata dal terremoto. Allora non lo conoscevo e non sapevo che lavorava nella polizia, ma qualche tempo dopo, passando davanti alla sua casa mentre facevo jogging, vidi che stava sgombrando i detriti e notai che aveva un piccolo topo tatuato sulla spalla. Quel tatuaggio lo identificava come un Tunnel Rat del Vietnam, un appartenente a un corpo speciale della fanteria. Mi ero fermato a dargli una mano. Forse per quel legame in comune.
“Ah, ciao. Come ti va?” disse.
“Ho sentito che hai smesso.”
Guardò la sigaretta, aggrottando la fronte, e tirò una lunga boccata prima di lasciarla cadere a terra. “Sì.”
“Non mi riferivo al fumo. Mi hanno detto che hai lasciato il lavoro.”
“Già. Ho dovuto fare un salto per firmare le carte.”
Era ora di andare, ma nessuno dei due si mosse. Avrei voluto parlargli di Abbott e Fields, raccontargli che dopo la loro morte mi ero dato malato perché avevo paura di uscire in missione. Avrei voluto dirgli che non avevo ucciso nessuno e che la rabbia negli occhi di Lucy mi faceva paura, avrei voluto raccontargli tutte le altre cose di cui non ero mai riuscito a parlare, perché lui era più vecchio ed era stato là, e pensavo che avrebbe potuto capirmi, e invece rimasi a fissare il cielo.
“Passa a trovarmi, un giorno. Ci beviamo una birra” disse lui.
“D’accordo. Anche tu.”
Girò attorno all’edificio e un attimo dopo se n’era già andato. Riflettei sul silenzio che si portava dietro, e poi riflettei sul mio.

The last detective” Robert Crais, 2003
(Elvis Cole incontra Harry Bosch)

benedetto il viaggio che vi porta

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

Mauro Biani 2015

Nomi e Cognomi

A Man Without A Country

Maria Eleonora Bragagnolo.

Daniele Cangini.

Marcopaolo Maria Tavazzi.

Maria Eleonora Bragagnolo vive a Vicenza e ha un account su Facebook. Dice di aver studiato all’Università di Padova e sull’header oltre alla sua ha la foto di un pastore tedesco. Ha anche un account su twitter, in cui si definisce “vecchia pensionata curiosa” e da dove ieri ha postato questo:
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Daniele Cangini sta su twitter anche lui. La sua auto-descrizione è un po’ più lunga: “Intermediario agente di assicurazioni appassionato di politica amo sciare e giocare a tennis sposato con una donna meravigliosa e padre di due magnifici figli”. Eccolo qui, potete guardarlo in faccia, suppongo in compagnia della donna meravigliosa e dei magnifici figli citati sopra. Anche lui ieri ha postato un tweet, ora cancellato, ma ancora visibile ad esempio qui:

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Di Mariopaolo Maria Tavazzi so anche meno. Ha un account Facebook anche lui e da quello ieri ha commentato, insieme ad altri, cosí

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Cal, naturalmente. Glielo aveva fatto lui. Di conseguenza avevo più di un motivo per andarlo a trovare. Cal, il peggior barbiere di Venice, forse del mondo, ma il più economico. Mi chiamava al di là della nebbia, le forbici spuntate in mano, brandendo il rasoio elettrico che era il terrore di noi poveri scrittori e degli altri clienti che si avventuravano nel suo negozio.
Cal, pensai, taglia queste tenebre. Corte davanti, in modo che possa vedere. Corte ai lati, in modo che possa sentire. E anche dietro, così mi accorgerò se qualcuno mi striscia alle spalle.

Death is a lonely business” Ray Bradbury