Simonetta e Pasqualino, una storia d’ammmore

perchè mi è stato chiesto di scrivere una favola e non ci si tira mica indietro, quando ti chiedono di scrivere una favola.
se poi l’unico vincolo è quello di usare due nomi ben precisi e di far capire al Nostro Futuro quanto siamo belli&shemi allora no, non ci si tira indietro…

Simonetta e Pasqualino avanzavano timorosi nel folto del bosco. Non avevano idea di come vi fossero arrivati. A Simonetta pareva di ricordare, all’alba, un messo che bussava forte sulle imposte della finestra, una convocazione, una moneta che cadeva sempre dalla stessa parte, ma era come se i suoi ricordi si confondessero con qualcosa che aveva visto al cinema. L’unica cosa di cui era certo erano le parole gridate dal messo nella nebbia del mattino: si trovavano “in missione per conto del re”.
Si lasciava guidare da Pasqualino e dalla sua aria sicura: lui sembrava sapere quello che stava accadendo. Pasqualino era un coccodrillo misterioso e taciturno, di cui nessuno conosceva la voce e del quale tutti si chiedevano che lingua parlasse. Tutti tranne il suo più caro amico, Simonetta appunto, un elefante modaiolo ed appariscente che, sotto l’aspetto trasgressivo e gli atteggiamenti sguaiati, celava un animo sensibile ed una passione sfrenata per il curling.
I due amici erano uniti da un istintivo trasporto l’uno verso l’altro, fatto di simpatia e comprensione reciproca: entrambi, in periodi diversi, avevano ispirato due canzonacce da taverna molto popolari che li avevano resi, per un poco, famosi ma che ne avevano anche turbato la tranquillità per molto, troppo tempo.

Ad un tratto intravidero, in lontananza, un ragazzo vestito in modo strano, con una grande gerbera che spuntava dal taschino della giacca. Avanzava lungo un sentiero stringendo tra le mani un mazzolino di bacche e rose selvatiche. Simonetta strillò: “Uuuhhh! Ma quelle bacche sono una specie protetta! Chiamo la forestale!”
“Aspetta, sono curioso… che ci fa ‘sto tipo nel bosco conciato così?”
Si nascosero dietro un cespuglio e Pasqualino, voltandosi nella direzione opposta a quella da cui proveniva il ragazzo, vide sopraggiungere lungo un altro sentiero una ragazza vestita di bianco che canticchiava saltellando. Quando la ragazza fu più vicina Simonetta e Pasqualino riuscirono a sentire la sua voce: “…come faaa? Non c’è nessuno che lo saaa…” Sentite quelle parole, il coccodrillo iniziò a gridare: “Quella canzone! Ancora quella canzone! Non lo sopporto! Basta! Bastaaaa!”
“Tesoro! Non credevo ti facesse ancora così male sentirla… Dove vai, pazzaaa?!!!”
Simonetta si lanciò all’inseguimento di Pasqualino ma il suo vestito di lamé restò impigliato nei rovi ed i suoi strilli acuti si sommarono ai lamenti di Pasqualino che si allontanava delirando.
Il ragazzo e la ragazza si voltarono spaventati in direzione di quel pandemonio e, improvvisamente, si videro. Lui si avvicinò sorridendo e le chiese “Compagna, hai una sigaretta?”

Intanto l’elefante ed il coccodrillo continuavano la loro folle corsa. Pasqualino, accecato dall’ira, non si accorse di un profondo dirupo nascosto da alcuni rami e precipitò mentre Simonetta si tuffava per cercare di trattenerlo e lo seguiva nell’orrido.
Continuavano a cadere. Si sentivano trascinati da una forza irresistibile verso il fondo dell’abisso che, contrariamente a tutti gli abissi che conoscevano, diventava sempre più luminoso mentre precipitavano. Sembrava non finire mai. Una musica celestiale li accompagnava nella caduta, come un coro di cherubini, una messe di note divine. Simonetta gridò: “Uuuhh, figata! Le mondine di Fabbrico all’inferno!”
“Imbecille, ti sembra l’inferno questo? Non stiamo più cadendo da un pezzo: siamo nel famoso Tunnel in Fondo al Quale c’è Una Gran Luce! E poi ho chiuso con i cori!”
“Un abisso in cui non si cade… già, ci manca di incontrare il Coniglio Bianco e poi le abbiamo viste tutte… almeno ricordassimo qual’era la nostra missione e cosa c’entrano i due tizi nel bosco sarei meno isterica!”
La velocità aumentò improvvisamente e si sentirono risucchiati verso la Gran Luce, mentre le mondine gridavano sempre più forte. Udirono un violento boato e, quando riaprirono gli occhi, si ritrovarono a guardare l’orizzonte dall’orlo di un altopiano. Boschi rigogliosi e valli lussureggianti circondavano la bizzarra montagna su cui si erano risvegliati, mentre profumi di fiori e di fritto si mescolavano nell’aria limpida.
Pasqualino prese la mano di Simonetta: “Guarda laggiù! Là, di fronte a noi! Quel paesino che si vede appena!”
“Uuuuhhh! Ma sono quei due? Si sono sistemati bene, sono contenta! La casa, l’orto, l’asciugatrice… Uuuuuuuhhh! Hanno avuto anche una bambina! ….. ma quanto ci siamo rimasti nel tunnel? … Deliziosa la pargoletta!”
“Ma secondo te chi è tutta quella gente in casa loro? E quanto mangiano!”
Simonetta sospirò: “Beh, come si dice in questi casi … e vissero felici e contenti!”
Pasqualino assunse una posa solenne e declamò: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”
“… che diavolo c’entra tesoro, scusa?”
“Embè? Siamo sbucati sulla Pietra di Bismantova, non ci vuoi mettere un po’ di Dante? Tanto ormai lo citano cani e porci”
“Già. E pure a Neruda, poverino…”

La loro missione era compiuta, se solo se ne fossero ricordati…

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4 pensieri su “Simonetta e Pasqualino, una storia d’ammmore”

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