Festivaletteratura, domenica: le parole

ALBAH!!! Le otto sono l’alba se sei tornata in taxi alle due e mezza di mattina e stai alla terza giornata di festival ma vabbè.
Prima il solito C.d.S. con la solita diretta di Radio2 a caso in cui, questa volta, bécco Jonathan Coe e lo fotografo con cura.
Alle 12 Diamanda Galàs si presenta, in nero e sorridente, all’incontro col pubblico composto dagli stessi darkettoni di ieri (ormai ci si saluta). Parla di sè con riserbo, racconta di jazz e poeti lontani, dice fuck e shit e damn e l’interprete traduce alla perfezione facendola ridere e facendosi apprezzare per la sua precisione. Resta basìta da domande non-sense poste da qualcuno del pubblico che vuole fare l’intellettuale da sbarco, si fa fotografare e firma autografi con dolcezza, avvolgendosi nello scialle e pare un’artista d’altri tempi. Poi scoppia in una risata, esce la sua Voce e ti ritrovi, di nuovo, a guardarti attorno, inquieto, temendo che ti morda…
Sempre lode ai kebabbari che con pochi euri ti nutrono fino a sera.
Al Blurandevù arriva Daniele Silvestri, allegro, intelligente, profondo e giocoso. Lo ascolto da lontano, troppa folla, troppo sonno, poi il carognetto imbraccia la chitarra ed attacca il Flamenco della Doccia quindi raccolgo le forze e gli vado vicino, tanto vicino da fotografargli l’orecchio ma lui è cortese e c’è abituato. E non hai paura che ti morda.
Il docente precario di spagnolo è ancora là, il timer sullo schermo segnala che mancano ancora parecchie ore al termine della lezione-maratona ma lui sembra non risentirne e la gente c’è, giorno e notte, senza interruzioni.
E sì, ho smesso di contare i C.d.S.
Ai giardini approfittiamo per una mezz’ora di una panchina all’ombra, dividendola con uno che di sicuro è un giornalista, di sicuro l’ho già visto, di sicuro lo conosco ma come cacciatora di VIPs’z sono un po’ scrausa quindi lasciamo perdere.
Un’altra voce splendida, oggi, è quella di Wole Soyinka, scrittore, poeta ed autore teatrale più volte incarcerato dai vari governi che si sono succeduti in Nigeria e premio Nobel per la letteratura nell’86 (ma poteva essere per la pace). Devo sforzarmi per prestare attenzione perchè, tra l’antistaminico e le notti “corte” sono discretamente provata, inoltre non capisco la metà di quello che viene detto (son serena con accenti oxfordiani o yankee ma ho delle difficoltà con l’inglese con accento africano o hindi, fastidio, ci ho una cultura noiosamente eurocentrica) per cui devo attendere la traduzione, cosa che mi distrae non poco, ma ascolto con interesse il racconto di un uomo che continua, seppure in esilio forzato, ad impegnarsi per le sorti del suo paese e della sua gente.
Sempre lode al pizzettaro di piazza Sordello che ogni anno mi fornisce il rifocillo da treno per il ritorno.
L’unica pecca di questa edizione è che in tre giorni non ho mai incontrato per strada, al bar, in bagno, il Signor Bruno Gambarotta. Ormai mi considero quasi una parente, a forza di incontrarlo ovunque e quest anno, davvero, mi son sentita persa. Mi raccomando eh, Signor Bruno, l’anno prossimo non sia così schivo…

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