Ci ho il trauma

Diamanda Galàs è una donna seduta, sola, davanti ad un pianoforte.
Diamanda Galàs sono una comitiva di persone sul palco: Janis Joplin che canta i vespri, Edith Piaf sbronza come una cagna, il Coro delle Voci Bulgare in gran spolvero, Hendrix con la chitarra in gola, poeti della Martinica, mezza Europa dell’Est, Bukowski a tenere il tempo seduto sulla cassa del pianoforte.
E ritorni bambina perchè ti aspetti che ad un certo punto, come i mostri venuti da Vega, anche lei diventi alta come un condominio, spalanchi le fauci e inghiotta mezza platea. Ma non lo fa, sorride appena, beve un poco d’acqua dalla bottiglia ed attacca un altro blues. Un altro salmo. Un altra vibrazione che ti prende le vene a tre per volta e ci fa le treccine.
Ascolto una voce posseduta, incosciente di quello che sta facendo.
E insieme.
Ascolto una voce che ha il controllo totale su ogni singola nota e sa esattamente cosa accadrà dopo.
Quindi quella sdoppiata sono io, seduta lì come un’alga, ferma, zitta e poi capisco che il senso di disagio è dovuto al fatto che mi ero dimenticata di respirare per una quarantina di secondi mentre lei, urlando, non ne sentiva il bisogno.
Avete ascoltato i dischi della Galàs? Eh, anch’io. Ieri ho capito che un concerto è, davvero, un’altra cosa. Oh, mica ho detto d’aver scoperto niente ma le occasioni di ascoltarla dal vivo non sono state molte in Italia, se non era per il Festivaletteratura chissà se mi capitava…

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