451

Immagina tu stesso: l’uomo del diciannovesimo secolo coi suoi cavalli, i suoi cani, carri, carrozze, dal moto generale lento. Poi, nel ventesimo secolo, il moto si accelera notevolmente. I libri si fanno più brevi e sbrigativi. Riassunti. Scelte. Digesti. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo.
Le opere dei classici ridotte così da poter essere contenute in quindici minuti di programma radiofonico, poi riassunte ancora in modo da stare in una colonna a stampa, con un tempo di lettura non superiore ai due minuti; per ridursi alla fine a un riassuntino di non più di dieci, dodici righe di dizionario.

Fahrenheit 451, Ray Bradbury, 1953

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Una volta l’avevo sentita in un’intervista radiofonica descrivere sé stessa come un’incantatrice di serpenti.
E tutte quelle pellicole che le sibilavano tra le mani, che le scivolavano tra le dita, ondulando veloci, erano i suoi serpenti.
Spire incessanti, da vagliare, sbrogliare, controllare, ricontrollare…
Come la vita, aveva detto, esattamente come la vita in sé.
Il futuro irrompeva verso di te. Disponevi di un singolo istante, mentre ti folgorava davanti, per tramutarlo in un passato edulcorato, riconoscibile, acconcio. Fotogramma dopo fotogramma, il domani palpitava nella tua stretta. Se non lo catturavi senza imprigionarlo, se non lo plasmavi senza romperlo, quella continuità di attimi, be’, nulla lasciavi dietro di te. Il tuo fine, il fine di lei, di tutti noi era di stampare e imprimere noi stessi in quei singoli pezzettini del futuro, che, al tocco, invecchiavano rapidamente in altrettanti ieri evanescenti.
Così era con i film.
Con una differenza: potevi riviverli, quanto spesso volevi. Nel futuro, nel presente, nel passato. Poi ricominciare, proiettandoti nel domani.
Quale pregnante mestiere gestire tre livelli del tempo: l’enorme invisibile futuro, l’esigua panoramica dell’adesso, lo sconfinato cimitero di secondi, minuti, ore, anni, millenni che germogliavano semi per accogliere gli altri due.
E se non gradivi alcuno dei tre fluenti fiumi del tempo?
Impugna le forbici. Taglia! Così! Ti senti meglio?

(“A graveyard for lunatics” Ray Bradbury, descrizione di Maggie Botwin, addetta al montaggio) (o di “cosa avrei voluto fare da grande”)

once in a lifetime

Pezzo digitato in bus ascoltando questa che mi ha ricordato una cosa scritta su FB qualche giorno fa dalla Laura Esse e via così. Diciamo che fa la colonna sonora.

Una volta nella vita devo dirlo: ma cos’è che vi rode, a voi onnivori, per aver bisogno di gnagnerare, spesso e volentieri, su chi la carne non la mangia più?
Peste mi colga se anche una sola volta mi son messa a questionare sulle scelte alimentari di qualcuno, mentre non si possono contare le volte in cui ho visto uno sguardo scaltro scendere alle mie scarpe, per vedere se fossero di pelle e farmi quindi notare con soddisfazione la mia incoerenza (pensare che vivresti benissimo anche senza).  Incoerenza rispetto a che non l’ho mai capito. Non ho preso i voti eh?
La mia è una scelta individuale che non ha tanto a che fare con il povero coniglietto ma molto più con le questioni sociopoliticoeconomichesarcazzo che girano attorno all’allevamento intensivo, letale quanto i blood diamonds che però sono molto più interessanti da citare in una conversazione, ma spesso mi è stato chiesto, in modo più o meno lieve, di “giustificarmi” (e allora le uova? ma neanche il tonno? e i tuoi gatti non mangiano carne?) (EH?) come se il mio essere vegetariana oquellocheè fosse una provocazione da smontare, per dimostrarmi che sbaglio.
È davvero così importante definire se un “sostituto” della carne, quale può essere il seitan o la soia o boh, sia da sfigati o da fanatici? Se ho scelto di non mangiare carne devo vivere di germogli e carrube per dimostrarvi che la forza l’è con me? E se ogni tanto mi andasse di gustare la consistenza delle polpette o dell’hamburger, così, perché mi va? Perché tanto odio? Che vve siete magnati? Carne rossa, che siete così aggressivi? :p
Per mettervi tranquilli, sappiate che:
1) non smetterete di mangiare cotechini per colpa mia, un po’ come non diventerete gaissimi solo perché il vostro parrucchiere gesticola in modo sospetto. È provato, non è una roba contagiosa.
2) a me il seitan PIACE! non è questione di proteine, di nostalgia, di surrogati, è che mi piace proprio, e non vago la notte invocando la Grande Cotoletta.
3) vi perdete un sacco di divertimento perché io, ogni volta che prendo in mano una confezione di seitan, immediatamente zompetto per la cucina cantando seitan seitan arriva già il nemico scappa ma tu ci sei amico seitan! Ogni volta, giuro, è irresistibile, e mi rido dietro da sola. Vallo a fare con un controfiletto.

sono anche miei

Giovanni-Francesco-Caroto-Ritratto-di-giovane-con-disegno-infantile-olio-su-tavola-cm-37x29Giovanni-Francesco-Caroto-Ritratto-di-giovane-monaco-benedettino-olio-su-tela-cm-43x33Tu, che hai fatto rubare i miei due Caroto preferiti, verrai assalito da continui ascessi ai premolari, emicrania e calcoli renali. Per te che ti sei messo in casa il ritratto di Pasqualigo, otite virale dolorosissima perenne e una fDomenico-Tintoretto-Ritratto-di-Marco-Pasqualigo-olio-su-tela-cm-48x40accia antipatica come la sua. Tu, ladro di Rubens, patirai di gastriti tremendissime, congiuntivite e rinite allergica. E tu, vigliacco bastardo col Pisanello in cassaforte, soffrirai male di orchite o cistite Peter-Paul-Rubens-Dama-delle-licnidi-olio-su-tela-cm-76x60cronica, a seconda. Su tutti si accanisca, citando la Brunella, un’incontenibile scorrimbandola che vi impedirà una qualunque ipotesi di vita sociale. Farete schifo pure al vostro cane. Ah, i ladri. Che i ladri vi perseguitino rubandovi i dipinti e rivendendoli a qualche altro fanatico del possesso Antonio-Pisano-detto-Pisanello-Madonna-col-bambino-detta-Madonna-della-quaglia-tempera-su-tavola-cm-54x32che, a sua volta, subirà le stesse magagne e si vedrà di nuovo rubare tutto finché, dopo che vi avranno resi tutti un branco di tristoni cronici impresentabili, i dipinti torneranno dove stavano, a farsi guardare da tutti e non solo da voi una volta l’anno quando aprite il caveau. Tanto avreste una congiuntiva talmente infiammata che non li vedreste nemmeno.
La peste alle vostre famiglie.

Rimasi lì sul marciapiede, rammaricandomi di non aver preso il fascicolo. Avrei voluto sapere cosa aveva scoperto Richard, ma non avevo intenzione di tornare dentro. L’aria fresca della notte mi dava piacere. La porta si aprì di nuovo, e uscì un detective che viveva sulla collina vicino a me. Si accese una sigaretta.
“Ehi” dissi.
Ci mise un momento a capire chi fossi. Qualche anno prima la sua casa era stata danneggiata dal terremoto. Allora non lo conoscevo e non sapevo che lavorava nella polizia, ma qualche tempo dopo, passando davanti alla sua casa mentre facevo jogging, vidi che stava sgombrando i detriti e notai che aveva un piccolo topo tatuato sulla spalla. Quel tatuaggio lo identificava come un Tunnel Rat del Vietnam, un appartenente a un corpo speciale della fanteria. Mi ero fermato a dargli una mano. Forse per quel legame in comune.
“Ah, ciao. Come ti va?” disse.
“Ho sentito che hai smesso.”
Guardò la sigaretta, aggrottando la fronte, e tirò una lunga boccata prima di lasciarla cadere a terra. “Sì.”
“Non mi riferivo al fumo. Mi hanno detto che hai lasciato il lavoro.”
“Già. Ho dovuto fare un salto per firmare le carte.”
Era ora di andare, ma nessuno dei due si mosse. Avrei voluto parlargli di Abbott e Fields, raccontargli che dopo la loro morte mi ero dato malato perché avevo paura di uscire in missione. Avrei voluto dirgli che non avevo ucciso nessuno e che la rabbia negli occhi di Lucy mi faceva paura, avrei voluto raccontargli tutte le altre cose di cui non ero mai riuscito a parlare, perché lui era più vecchio ed era stato là, e pensavo che avrebbe potuto capirmi, e invece rimasi a fissare il cielo.
“Passa a trovarmi, un giorno. Ci beviamo una birra” disse lui.
“D’accordo. Anche tu.”
Girò attorno all’edificio e un attimo dopo se n’era già andato. Riflettei sul silenzio che si portava dietro, e poi riflettei sul mio.

The last detective” Robert Crais, 2003
(Elvis Cole incontra Harry Bosch)

Festa d’Aprile

1944. Il soldato tedesco convalescente, ferito a Montecassino, trascorre del tempo in provincia di Verona, e si va a ballare con le ragazze del posto, la sera. E poi due anni nel campo di prigionia allestito dagli alleati a Pisa. Poi viene rimandato a Lipsia: passano 19 anni ed un’altra vita durante la quale le lettere che lei spedisce non arrivano, ma lei continua a cercare. Continua a leggere Festa d’Aprile

benedetto il viaggio che vi porta

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

Mauro Biani 2015

LA STONZA DELLA STONSA